Teatro come “terapia”

Oz e della Fantasia
“Oz o della Fantasia” – Salto del Delfino Teatro

Quando sono arrivato al liceo, nella città di Cagliari, provenivo da un paese di provincia che contava allora circa trentamila anime. Ricordo che per me era tutto così nuovo, grande, spaventoso. Già da bambino, quando i miei genitori mi ci portavano per le spese di Natale, ero affascinato da tutte quelle luci che vedevo in lontananza, come se fosse la città di Smeraldo del Mago di Oz, “spettacolo” che portai in scena con la compagnia “Salto del Delfino” vent’anni dopo.

Fu allora, a tredici anni che, stanco di essere emarginato, preso in giro, abusato verbalmente e fisicamente dai miei compagni delle scuole medie, decisi con determinazione che avrei dovuto mettere una maschera per proteggermi, recitando un ruolo differente da quello che avevo incarnato fino a quel momento. La sofferenza che ho vissuto mi aveva devastato e non potevo più permettere a nessuno di valicare i miei confini. Da quel momento il vecchio Tiziano doveva morire e lì, dove la fenice aveva scelto di rinascere, il liceo artistico di Cagliari, partorivo un nuovo ruolo da mettere in scena.

(…) Al liceo ho imparato a osservare e imitare i comportamenti delle persone a cui volevo somigliare. All’inizio ero un po’ goffo, perché dentro mi sentivo sempre uno sfigato, ma se c’è una cosa che ho imparato negli anni e successivamente attraverso il teatro è che se vuoi cambiare parte devi fare le cose che fanno le persone che hanno successo. Volevo essere visto, amato, accettato per quello che ero. Ho scoperto il teatro alla fine del liceo, quando avevo circa 20 anni, e dopo aver letto diversi libri appurai, con grande sorpresa, che molti attori famosi si dichiaravano timidi. Mi domandavo: “Com’è possibile essere timidi ed esibirsi davanti a tante persone pubblicamente?”. Fu quella una delle motivazioni che mi spinsero verso il teatro. Avevo deciso di vincere definitivamente la mia timidezza.

(…) Nel mio percorso, partendo proprio dal teatro ho fatto esperienza diretta di come, iniziando a recitare il personaggio che volevo essere nella vita, col tempo cambino i pensieri e le emozioni, finché diventi quello che decidi di essere. Il personaggio si impossessa dell’attore allo stesso modo in cui l’attore si identifica nel personaggio: questo è il paradosso di colui che interpreta ruoli tanto nel cinema quanto nel teatro.

Teatro
Il Cavaliere inesistente di Italo Calvino – Regia di Nicola Michele

Oggi quando mi trovo a lavorare nei gruppi di teatro-terapia o in un contesto individuale di counseling, cerco di condurre progressivamente il paziente ad osservare quali comportamenti automatici mette in atto senza esserne consapevole, e attraverso la costruzione di una breve drammaturgia, lo stimolo a mettere in scena, prima in un contesto protetto e poi nella vita, un copione differente come se fosse già capace di farlo. Quando pensiamo e ci diciamo “non sono capace” stiamo alimentando un pensiero disfunzionale e mettendo un limite, perché i nostri pensieri incidono sulle nostre emozioni e viceversa. Recitando un nuovo ruolo e sbloccando l’emozione connessa, ci si accorge che in realtà si è capaci di mettere in atto qualsiasi comportamento desiderato, però non lo sapevamo oppure non ci credevamo noi per primi. Se riteniamo di essere incapaci di fare o affrontare qualcosa, lo saremo sicuramente esattamente come se crediamo il contrario. Come disse Seneca: «tutto ciò che è creduto esiste», almeno nella nostra psiche.

Il teatro è uno strumento di consapevolezza che ci permette di incontrare le nostre immagini interiori, ma come puoi far conoscenza di qualcosa senza averla prima portata fuori? Il teatro obbliga a stare nel qui e ora: è una forma di meditazione. Attraverso il corpo, la voce, le emozioni puoi esprimere e incarnare nuovi ruoli sulla scena. Nella vita nascondiamo la verità agli altri attraverso la finzione, le maschere che ci proteggono, ma se tutti possiamo essere attori nella vita non tutti possono essere artisti sul palcoscenico, anche se ogni individuo indossa travestimenti. Attraverso le maschere e i personaggi, nel teatro sveliamo noi stessi. La differenza sostanziale è che l’attore recita consapevolmente, mentre la restante parte delle persone recita ruoli di cui è inconsapevole.

Teatro
Il commerciante di destini – Salto del Delfino Teatro (Foto di Giorgio Russo)

Penso che i mestieri di attore e abbiano numerose similitudini: entrambi usano come materiale sul campo il vissuto personale e la memoria emotiva. Se l’attore utilizza il proprio vissuto per emozionare il pubblico, lo psicologo lavora sulle emozioni del paziente per portare a consapevolezza gli schemi di pensiero e i copioni relazionali. Ecco perché ho scelto di unire poi queste due passioni, prima nella mia tesi di laurea e poi specializzandomi nell’utilizzo del teatro come forma di terapia.

L’attore analizza, studia, ricerca dentro sé stesso per trovare materiale autentico da donare al suo personaggio. Rende visibile nel corpo e nella voce ciò che prima era invisibile: c’è una relazione tra lui e il personaggio. Lo osserva, analizza, indaga dentro il vissuto del paziente per donare materiale al nuovo “personaggio” che deve nascere dalle viscere. Lo psicologo rende visibile ciò che prima era invisibile nel paziente. C’è una relazione tra lui e la persona in cura così come sussiste un legame tra l’attore e il ruolo che interpreta. In questo processo creativo mi ha aiutato l’integrazione della meditazione, la quale spinge la persona ad entrare in contatto con materiale che è sempre sotto i nostri occhi. Come disse James Hillman, «il palcoscenico e lo studio del terapeuta possono essere cellule rivoluzionarie, spazi dove si mette in atto una rivoluzione interiore».

Uomo Massa
“Uomo Massa” Theandric Teatro Non violento (Foto di Giorgio Russo)

Quando nel 2011 mi venne chiesto di interpretare il ruolo del marito di Sonia, la protagonista del testo “Masse’s Man/Uomo Massa”, inizialmente mi rifiutai di mettermi nei panni di un militare rigido e severo al servizio dello Stato. Un personaggio che, a parer mio, non aveva niente in comune con me, perché io scelsi di fare il “Servizio Civile”, ho sempre odiato le divise, l’omologazione e rifiutato l’uso di qualsiasi arma. Sono però consapevole che quando qualcuno o qualcosa ci dà così fastidio, è perché rappresenta un nostro aspetto inconscio che noi giudichiamo negativo e sbagliato, e questo significa che non è stato riconosciuto. Giudichiamo perlopiù ciò che non accettiamo e comprendiamo, perché crediamo sia separato e distante anni luce da noi.

Scrive Stanislavskij, il grande maestro del metodo di recitazione per eccellenza: “La maggioranza delle persone è abituata a dare troppa importanza, nella vita come nel palcoscenico, a tutto ciò che è conscio, visibile, accessibile alla vista e all’udito. E invece solo un decimo della vita umana scorre a livello conscio; i nove decimi, la parte più interessante e bella della vita spirituale umana scorre invece a livello inconscio”. In quel momento fu quindi una sfida accettare quella parte che istintivamente rifiutavo e, grazie all’aiuto della regista e dei compagni di lavoro fu messo in scena proprio ciò che non mi piaceva e giudicavo sbagliato. E fu così che dovetti accettare una verità che si fece giorno dopo giorno sempre più evidente alla mia coscienza: quel personaggio fino a quel momento invisibile, che pian piano divenne visibile con la sua rappresentazione scenica, era una parte presente nella mia psiche.

Una volta accettata questa mia rigidità avendola integrata a livello consapevole, il mio odio per i militari è sparito, e anche se continuo a condividere la mia visione rispetto alla non violenza e l’uso delle armi, ho compreso che quando ci permettiamo di vivere qualsiasi parte di noi senza rinnegarla, anche quella che ci disgusta, che ci spaventa, che ci fa arrabbiare, la pacifichiamo dentro di noi e in qualche modo la curiamo. Più siamo capaci di dare spazio a tutte queste voci e metterle d’accordo tra loro più la nostra mente sarà flessibile e aperta ad ogni esperienza che la vita ci offre nel momento presente. Quando invece c’è un conflitto tra le diverse parti di noi e qualcuna di esse tiranneggia le altre dirigendo la nostra vita, significa che stiamo relegando queste parti nell’ombra e non accettandole le giudichiamo negli altri.

Uomo Massa
“Uomo Massa” Theandric Teatro non violento (Foto di Giorgio Russo)

Spesso per cercare di essere razionali e coerenti coi nostri ruoli non ci permettiamo di ascoltare tutte le voci interiori, mettendone a tacere alcune che spingono e fremono per essere messe al centro della nostra attenzione. Forse c’è un bambino o una bambina spaventati che si lamentano e urlano chiedendo di essere coccolati e di giocare con noi, ma spesso non ascoltiamo quella voce e chiediamo o pretendiamo dagli altri di prendersi cura di noi, o forse c’è un adolescente arrabbiata\o e irrequieto che si ribella alle regole e vuole divertirsi, cantare, ballare, ridere, trasgredire e fare delle esperienze, ma noi lo rinneghiamo ed esercitiamo il controllo, oppure c’è un vecchio dalla voce critica e severa che giudica ogni pensiero, emozione o azione alla stregua di ciò che facevano i nostri genitori con noi.

Come nel rapporto tra dei e umani, queste parti della psiche si associano tra loro, si fanno la guerra, litigano o si amano. Le loro sono proiettate all’esterno nella nostra realtà quotidiana attraverso schemi di pensiero ed emozioni che si esprimono in copioni relazionali. Non esiste un unico “io”, come ci ricorda Gurdjieff, perché siamo una legione. Di quante voci dentro di noi siamo consapevoli?

Estratto dal mio libro “Confessioni di uno psicologo” (Alto Voltaggio Edizioni)

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Chi siamo Tiziano Cerulli

Psicologo e Istruttore di mindfulness ad approccio immaginale

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