Madri cattive e la superstizione parentale

Una delle letture che propongo durante i percorsi di individuale e di gruppo è Il Manuale della cattiva Madre, il primo romanzo di Kate Long, “un bestseller a sorpresa grazie al passaparola” come scriveva The Guardian.

La

La trama del romanzo si svolge in Inghilterra alla fine degli anni Novanta quando Tony Blair sale al potere, muore la principessa Diana e Charlotte, uno dei personaggi principali, rimane incinta senza volerlo. Un romanzo in cui la narrazione si dipana nell’alternarsi di tre voci: Charlotte, che ha 17 anni, gli esami di maturità da preparare e la convivenza forzata, da una parte con una mamma sempre arrabbiata, Karen, divorziata che è rimasta incinta anche lei molto giovane e poi costretta a sposarsi abbandonando la carriera e i propri sogni e, dall’altra parte, una nonna, Nan, madre adottiva di Karen che infila bollette e saggi scolastici nel tostapane a causa dell’Alzheimer galoppante. Tre donne diverse tra loro ma sopratutto tre modi differenti di vivere la maternità e l’essere figlie.

Madre

L’Archetipo della Grande Madre

Per equilibrare il rapporto con le proprie origini, e pacificare le immagini genitoriali, è necessario esplorare gli connessi alla Grande Madre e al Grande Padre.

La teoria psicoanalitica freudiana, e diverse correnti psicologiche, sostengono la tesi secondo cui lo sviluppo psicologico e il carattere siano fortemente influenzati dall’educazione parentale e dalle esperienze dei primi anni di vita. Come scrive Rachele Bindi, psicologa e psicoterapeuta junghiana, “siamo portati a pensare che siano piuttosto i nostri genitori ad aver influenzato il nostro modo di essere, e ovviamente le persone che ci hanno cresciuto sono per noi punti di riferimento vitali, ma la psiche costruisce, interpretando ogni esperienza riguardante le nostre origini, attribuendo senso e connotazione emotiva a ogni momento di accudimento e di confronto con gli adulti di riferimento”. Questo significa che il modo in cui abbiamo “sperimentato” la relazione genitore-figlio è soggettiva e influenzata dal nostro carattere?

Abbiamo la tendenza a percepire le immagini solo nel loro aspetto “positivo” o “negativo” proiettando quegli aspetti che percepiamo sulla realtà esterna ma queste immagini sono incomplete perché sono polarizzate. Polarizzarsi su un aspetto significa percepire un’immagine parzialmente. Soprattutto certe teorie spirituali promuovono solo l’aspetto idealizzato dell’archetipo.

Nella realtà psichica, come in quella esterna, non esiste nessuna immagine che sia totalmente “positiva” o totalmente “negativa” perché la psiche è complessa. La realtà è complessa. Siamo noi che filtriamo questa realtà edulcorandola o demonizzandola invece di accettarne gli aspetti complementari.

In realtà, per la junghiana, la psiche costruisce due modelli dinamici che non vengono appresi necessariamente dai nostri genitori biologici ma da qualsiasi esempio di accudimento e autorità che abbiamo incontrato nei primi anni di vita. In realtà tutti noi, a prescindere dal sesso di appartenenza, abbiamo una “funzione materna” e una “funzione paterna”. La prima è connessa al piacere e al nostro saper stare in relazione, la seconda a come viviamo le regole e la capacità di prendere impegni.

La Grande Madre secondo C.G. Jung, rappresenta una forza generatrice dell’inconscio, un archetipo ambivalente, nello stesso tempo distruttrice e salvatrice, nutrice e divoratrice. Egli dunque mette l’accento su due sistemi fondamentali per l’esistenza, il sistema generativo (saper generare), perché origina e crea l’essere, e il sistema distruttivo (saper distruggere), da cui può generare qualcosa di nuovo, una nuova condizione esistenziale.

KALI

Nell’induismo l’immagine della Madre viene associata alla Dea Kali e nasce nei tempi molto antichi come divinità che regola il tempo, collegata con la morte, dalla natura feroce e benevola, che si evolve in una particolare personificazione dell’energia che tutto pervade, l’energia eterna che crea e distrugge.

Questo significa che noi facciamo esperienza dei nostri genitori secondo la nostra predisposizione caratteriale, archetipica, cioè in funzione del modo in cui il nostro inconscio personale percepisce i due di Grande Madre e Grande Padre. Il rapporto che abbiamo con questo archetipo, la Madre, si riconosce dal nostro modo peculiare di entrare in relazione, di saper accudire gli altri, di nutrire, fecondare, generare. Per le donne significa fare chiarezza sul proprio modo di stare in una relazione con l’altro e vivere la maternità. Per un uomo significa saper tagliare il cordone ombelicale dalla madre biologica per non rischiare di dover proiettare l’immagine della propria “mamma” nelle altre donne. Questo processo comporta l’equilibrio del rapporto che abbiamo con la nostra “madre” interiore.

Il mito della Madre e la superstizione parentale

Nel suo famoso libro “Il codice dell’Anima” il saggista e psicoanalista James Hillman scrive: “Soltanto il mito della madre come elemento dominante nella vita di ciascuno di non cambia mai. Perché dietro ogni donna che partorisce, dietro ogni donna che accudisce un bambino, sta assisa la Grande Madre, a reggere quel sistema di credenze che ho chiamato superstizione parentale e che ci tiene vincolati a lei. La Grande Madre ci si mostra modellata dallo stile della nostra madre personale ed è tanto malefica quanto benefica. Ci soffoca, ci nutre, ci punisce, ci divora, ci dà incessantemente; è ossessiva, isterica, scontrosa, leale, indulgente… quale che sia il suo carattere, anch’essa ha un daimon, ma il suo destino non è il mio”. (Il Codice dell’Anima – pag 95)

Hillman critica fortemente l’atteggiamento di una certa psicoanalisi secondo cui il nostro albero genealogico sia la “causa” dei nostri problemi e il ruolo della famiglia sia così importante definendolo “superstizione parentale”. Superstizione intesa come una serie di credenze generate da convinzioni irrazionali, erronee, e inspiegabili ma a cui ci affidiamo ciecamente senza metterle in dubbio.

La nostra civiltà, per Hillman, ha una concezione limitante del ruolo della famiglia sulla formazione del carattere e si domanda se in realtà la nostra diversità, l’unicità che abbiamo percepito, rispetto ad essa non sia in realtà dovuta al nostro Daimon, rifacendosi alla famosa teoria della ghianda, quella parte di noi preesistente e che sceglie le condizioni in cui questa unicità possa svilupparsi e la nostra ghianda germogliare. Da questo punto di vista, anche Alejandro Jodorowski considera la nostra famiglia “un tranello e un tesoro”.

La Grande Madre diventa un mito “ingombrante” del nostro albero genealogico perché ad essa, e solo a essa, viene data la responsabilità della nostra biografia. Mentre Hillman ci invita a riflettere su questa narrazione biografica mettendola in discussione e iniziando ad accogliere l’idea che anche la madre, come noi, ha una sua ghianda, un suo carattere, una sua narrazione che si è inevitabilmente intrecciata al nostro destino. Noi non siamo modellati dai nostri genitori a loro immagine e somiglianza come se fossero Dei. Non siamo “vittime” dei loro comportamenti. Dobbiamo mettere in discussione gli stereotipi, i “miti”, che ci vengono trasmessi dando invece maggiore valore al nostro modo di interpretare gli eventi, dalla narrazione che ne facciamo, e che ognuno di noi ha una vocazione, un destino da compiere, e che questo destino è solo parzialmente vincolato ai nostri genitori e al loro comportamento.

In conclusione

Ritornando al romanzo della Long, la ci invita a porci delle domande sul modo in cui ci relazioniamo alle nostre origini e in particolare alla figura della Madre, accettandone la complessità, la forza e la fragilità, l’imperfezione e l’incoscienza ricordando che è difficile essere figli quanto è difficile essere genitori. E che solamente nel dialogo e nel confronto, per quanto possibile, con le nostre immagini interne possiamo svincolarci dalla sofferenza e dalla condizione di “vittimismo”. Questo non significa negare l’importanza della responsabilità genitoriale o l’influsso dell’albero genealogico sulla nostra formazione ma abbandonare l’idea fissa, la fissazione, trasmessa da una certa cultura che il nostro destino sia condizionato così fortemente dalla discendenza biologica senza tenere in considerazione la nostra discendenza psicologica: tutte quelle immagini, forze ancestrali, che hanno una loro autonomia nel nostro inconscio personale e collettivo.

Tiziano Cerulli 

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Chi siamo Tiziano Cerulli

Psicologo e Istruttore di mindfulness ad approccio immaginale

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