La Sindrome di Cassandra: l’altra faccia della dipendenza affettiva

Come racconto nel mio “Confessioni di uno psicologo”, a volte capita di leggere certi titoli sui social: “come capire se una persona è maligna”, “come capire se hai di fronte un narcisista perverso”, “come difendersi dai vampiri energetici” tutti titoli altisonanti, spesso scritti per fare leggere i propri articoli, che creano solamente paura e rinforzano l’idea che il mondo sia un posto pericoloso dove si incontrano solamente “carnefici” che naturalmente incontreremo noi povere “vittime”.

Quindi, mi chiedo, quale titolo posso trovare per attirare la tua attenzione? Partiamo da un fatto: vengo contattato spesso da persone, soprattutto donne, single, separate o divorziate, che hanno sofferto o soffrono per una relazione finita o che non va come si aspettavano.

Prendiamo l’esempio di Cassandra, una donna “immaginaria” che mi contatta per raccontarmi la sua storia e che puntualmente mi parla male dell’ex fidanzato, dell’ex marito, dell’ex amico o amica, o del datore di lavoro che, guarda caso, è un narcisista, egocentrico, un vampiro energetico, mentre lei , la nostra Cassandra, è la “vittima” designata.

Non voglio sminuire la profonda sofferenza che Cassandra sta provando ma voglio provare a rispondere a una domanda e lanciare una provocazione: “Se proviamo attrazione sempre per lo stesso tipo di persona siamo vittime dell’altro o siamo vittime delle nostre scelte?”

Mito
(Aiace d’Oileo porta via Cassandra, Solomon Joseph Solomon, 1886.)

La sindrome di Cassandra

Scelgo questo nome, non a caso, prendendo ispirazione da una tendenza psicologica caratterizzata da una predisposizione al “vittimismo” e alla depressione da parte del paziente che deriva dal mito di Cassandra. La sindrome di Cassandra è un disturbo psicologico che porta a formulare profezie pessimistiche circa il proprio futuro e quello degli altri. Nella Sindrome di Cassandra sono proprio le “profezie” che si traducono in aspettative negative a condannare chi ne soffre.

Il termine Complesso di Cassandra fu usato per la prima volta nel 1949, dal filosofo francese Gaston Bachelard e prende origine dal mito greco.

Cassandra era la figlia di Priamo (Re di Troia) famosa per la sua bellezza tanto che anche Apollo, Dio del Sole, ne fu rapito. Il Dio dell’olimpo, per conquistare la donna le fece il dono della Profezia ma quando Cassandra rifiutò Apollo, egli offeso le lanciò una maledizione. Proprio come il “narcisista” che non si sente riconosciuto e non viene adulato. Apollo si assicurò che nessuno potesse credere alle profezie di Cassandra in modo che le sue profezie diventassero delle maledizioni.

Secondo la psicoanalista junghiana Laurie Layton Schapira, chi soffre di sindrome di Cassandra ha la tendenza a creare delle disfunzionali, in particolare con uomini Apollo. L’archetipo Apollo è un uomo sfuggente, spesso bello come il sole, che tende a creare legami che vertono sulla distanza emotiva. Anche i partner scelti, dunque, tenderanno a creare una serie di conferme alle profezie di Cassandra.

Quando una Cassandra si presenta nel mio studio comprendo il suo dolore, l’ho attraversato più volte anche io, e l’ho visto nelle lacrime delle mie clienti, l’ho sentito nelle loro parole affrante, e come professionista sanitario ho cercato di rispondere più volte alla loro domanda, la stessa che mi sono posto in passato: “sono io che ho qualcosa che non va?”, “perché sono attratta/o e attiro sempre lo stesso tipo di persona?”

Quando mi vengono chiesti consigli non rispondo, non senza avere prima esplorato e conosciuto la storia personale e familiare di chi ho davanti, ma quando un persona, una donna, un uomo, mi chiamano per avere una consulenza ascolto in silenzio la loro storia e quando mi rendo conto che stanno prendendo troppo spazio parlando, senza fare mai una pausa, o domandandosi se c’è qualcuno dall’altra parte, li lascio sfogare e poi interrompo il monologo e pongo loro la domanda: “Come credi possa aiutarti?”

Si, perché davanti a questa domanda la nostra Cassandra, per esempio, può rispondermi dando la colpa all’altro e quindi cercare qualcuno con cui sfogarsi per confermare la sua visione negativa dei rapporti umani o la conferma di essere “sfortunata” oppure può chiedermi di comprendere se ha un problema di affettiva e quindi di aver scelto, per l’ennesima volta, la persona “sbagliata” per lei. Questo processo è fondamentale perché nella domanda è già contenuta la risposta.

La diagnosi “ingenua” di narcisismo

Cerchiamo di capire che le diagnosi le possono fare solo gli psicologi per cui, almeno che la persona che etichettiamo come “narcisista” non abbia una diagnosi ufficiale di disturbo narcisistico della personalità, non basta definire una persona o autodefinirsi narcisisti solamente perché il termine è diventato talmente inflazionato quanto quello di vampiro energetico. Il narcisismo è un disturbo della personalità caratterizzato da egocentrismo e poca empatia: il narcisista perverso associa a tale disturbo anche una componente asociale e violenta.

Di certo aumentare la consapevolezza sul disturbo narcisistico di personalità, parlandone, ha dei vantaggi sia per chi corrisponde ai criteri diagnostici sia per chi, incline a una bassa autostima o alla dipendenza affettiva, come la nostra Cassandra, può avere problemi relazionali.

Dobbiamo comprendere che è più facile dare la colpa agli altri o inserirli in categorie diagnostiche ed etichette per evitare di sentire il dolore che dover guardare dentro se stessi. Perché per quanto il mondo sia pieno di persone irrisolte, disturbate, egoiste, o “cattive” è possibile che le incontriamo solo noi o non sarà che invece le scegliamo?

Il manipolatore affettivo, il “narcisista”, ha una personalità che tende a individuare soprattutto, ma non solo, le persone con una bassa autostima o che hanno più difficoltà ad essere indipendenti affettivamente. Tutte queste azioni sono necessarie per il narcisista perverso per riempire il vuoto continuo che sente dentro di sé e per cui ha bisogno costantemente di prendere dagli altri quella stima che gli manca e se non la ottiene ferisce duramente.

Allora questo articolo, piuttosto che mettere in guardia dagli altri, vuole invitare le persone come Cassandra a prendere coscienza dell’ombra dentro sé stesse perché, come ho già sottolineato più volte, non si incontra nessuno per puro “caso” ma ogni incontro ci mette di fronte a un aspetto inconscio della psiche che ci rimanda alla nostra incapacità di saper riconoscere il male in noi stessi e fuori da noi stessi. Ma il male, per quanto banale, è probabilmente necessario per lasciarci alle spalle l’innocenza e diventare responsabili della propria vita.

Riceviamo l’amore che pensiamo di meritare: la dipendenza affettiva

La scelta del partner da parte della persona che soffre di dipendenza affettiva non è mai casuale, questo perché la persona dipendente ha una percezione di se stessa come persona che non merita amore. Razionalmente può anche raccontarsi “io merito l’amore” ma non sentirlo nel profondo, al centro del suo essere. Per questo motivo sceglierà inconsciamente partner problematici, sfuggenti ed evitanti, poco disponibile affettivamente che confermeranno l’immagine negativa che la persona dipendente ha di se stessa.

Chi soffre di dipendenza tende generalmente ad aver paura della solitudine, della separazione e della distanza ed è ossessionato dalla paura dell’abbandono. Quando si sente abbandonato reagisce con la rabbia e il senso di colpa. Ecco perché la scelta dell’altro non è una vera scelta ma diventa una scelta di vita o di morte: senza di te io non esisto.

Il dipendente idealizza l’altro e cerca di soddisfare ogni suo bisogno perché non è in contatto con i propri bisogni e desideri profondi che vengono annullati in una relazione simbiotica. L’unico bisogno ossessivo e insano del dipendente e di avere una relazione sentimentale ma questa relazione è puntualmente con la persona meno adatta.

Questa persona sarà apparentemente più forte e sicura di se stessa, con forti tratti narcisistici e un egocentrismo smisurato proprio perché infonde quella sicurezza e protezione che il dipendente non sa ancora di avere o non ha sviluppato dentro di sé. Ed è così che ci si sottomette a all’altro “il carnefice” che è alla ricerca di una “vittima”. Come una chiave che entra perfettamente in una serratura questi due stili di comportamento si incastrano perfettamente tra di loro. Ogni nevrosi si incastra con un altra come i pezzi di un puzzle.

Imparare ad amarsi per fare scelte diverse

il noto filosofo Spinoza affermò che “tutta la felicità o l’infelicità dipende unicamente dalla qualità dell’oggetto cui siamo legati per mezzo dell’amore”. Se è vero, questa frase ci insegna che dobbiamo imparare dai nostri errori e a fare scelte più “sagge”. Si può scegliere di chi innamorarsi? Ovviamente no, ma si può scegliere appena si riconosce una dinamica disfunzionale o di dipendenza come imparare a gestirla.

Per quanto si possa fare attenzione non possiamo scegliere quando e di chi ci innamoreremo o che la nostra fiducia non venga tradita da un amico o da un partner ma possiamo scegliere come reagire alle nostre ferite. Verremo spesso feriti ma possiamo alleviare la nostra sofferenza psicologica prendendoci cura delle nostre ferite come faremmo per un taglio che sanguina o una bruciatura. Possiamo imparare a trovare conforto e sostegno acquistando potere sulla nostra vita prendendoci la responsabilità di quel dolore, nessun altro può farlo per noi.

Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello. È necessario portare l’attenzione su noi stessi perché ci conosciamo attraverso le nostre esperienze. Se porto l’attenzione su me stesso non ho più bisogno di giudicare e avere paura dell’altro perché imparerò ad ascoltarmi così sentirò e riconoscerò cosa è buono per me e cosa non lo è. Qualunque sia stato il nostro modo di reagire alla ferita dobbiamo essere consapevoli che quello era il nostro modo di difenderci e accettarlo, per ora, come qualcosa di normale. Se non siamo coscienti di quali sono le nostre reazioni alle ferite non potremmo cambiarle ma resteremo incastrati, per sempre, nel ruolo della “vittima”.

Scrive Selene Calloni Williams: “Tutti hanno una Cassandra dentro di sé. Tutti possono sentire, percepire, manifestare, ma non ci credono, non credono al loro potere di poter manifestare il futuro nell’unione con la divinità, quindi subiscono gli eventi e passano la vita a parare i colpi del destino, cercando di difendersi, di proteggersi. Che cosa vuol dire credere in se stessi? Vuol dire manifestare il futuro, essere co-creatori del proprio destino, anziché esserne vittime. E credere in se stessi significa amare il divino, abbandonarsi a lui, unirsi a lui. Cassandra può credere in se stessa solo se torna ad amare Apollo, ma Cassandra ha paura. Noi viviamo in un mondo fondato sulla paura. Per uscirne dobbiamo sottrarci al mondo, tornare nella natura, nel ventre della madre, nelle profondità della foresta. Il divino e l’umano sono sempre il riflesso l’uno dell’altro: Apollo gira le spalle a Cassandra perché Cassandra ha girato le spalle ad Apollo. Bisogna che ci giriamo di nuovo: è tutto!”

Conclusioni

E’ un nostro compito evolutivo e di nessun altro, andare oltre la paura e trasformare le nostre ferite in opportunità per “fare ” invece che condannarci alle stesse, ripetitive, dinamiche relazionali. Allora saremo in grado di riconoscere prima quelle dinamiche perché appena le incontreremo non saremo più attratti dai personaggi che, consapevolmente o meno, le mettono in moto ma scapperemo a gambe levate perché non saranno più in grado di affascinarci.

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Chi siamo Tiziano Cerulli

Psicologo e Istruttore di mindfulness ad approccio immaginale

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