Mi chiamo Tiziano Cerulli, sono nato a Torino il 30 gennaio del 1975 da mamma sarda e papà piemontese e all’età di 5 anni mi sono trasferito in Sardegna dove attualmente vivo e lavoro.  L’arte e la scrittura sono una delle mie passioni più grandi già da quando la maestra “Bibi”, alle scuole elementari, mi metteva il massimo dei voti nei miei disegni, nei dettati e nei temi, incitandomi a coltivare la mia predisposizione per arrivare alle interrogazioni durante il liceo artistico, quando mi dilettavo nell’esporre con passione le vite e l’opera di poeti e artisti.

 

 

Da bambino mi esprimevo soprattutto attraverso il disegno perché non riuscivo a esternare le mie emozioni con le parole. Ero un bambino riservato che amava stare spesso da solo. Le persone mi facevano paura così cercavo di vivere e contenere le mie emozioni prendendo le distanze; crescendo ho iniziato a scrivere delle piccole poesie, passando poi per le centinaia, migliaia, di lettere redatte durante gli anni del liceo e anche dopo, frutto della corrispondenza con persone sparse in Italia e nel mondo in cui, come un processo terapeutico, raccontavo di me e della mia sofferenza, nutrendomi anche delle storie di sofferenza raccontate dai miei interlocutori. Tutto ciò mi ha permesso di affinare la mia capacità di raccontarmi, ma soprattutto di ascoltare le vicende narrate dagli altri.

Demetrio (1996) sostiene che attraverso la scrittura, tenendo un diario, in momenti particolari della nostra vita, si  sperimenta un sentimento di quiete, ordine interiore, e che l’autobiografia ha un potere curativo. La nostra autobiografia, in fondo, non è tanto legata con la nostra vita reale, bensì col modo con cui noi la immaginiamo e ce la raccontiamo.

Il passaggio successivo si è compiuto attraverso la scoperta del teatro e lo studio dell’arte drammatica, subito dopo il diploma, a cui sono stato introdotto dalla mia amica e “maestra” Filomena Campus nonché regista e jazz performer. Successivamente mi sono formato presso la Scuola Tascabile di Teatro e ho iniziato a collaborare con alcune compagnie teatrali come “Il Salto del Delfino” e “Theandric Teatro Non Violento”.

 

Oz o della Fantasia – Salto del Delfino Teatro

 

L’arte drammatica mi ha insegnato a esprimere le mie emozioni attraverso il corpo e la voce, ad affinare le mie capacità immaginative e creative, ma soprattutto a superare una timidezza cronica e l’ansia sociale.

 

 

foto di Matteo Zanda – progetto Teatro Alkestis

(…) Quando iniziai a leggere libri di psicologia, da una parte c’era la curiosità di comprendere il comportamento umano, dall’altra confesso che lo feci perché desideravo approdare a uno stato di potere personale in cui avrei saputo esercitare il controllo sugli altri e avere sempre l’ultima parola.

Lo confesso: le sofferenze vissute da bambino che mi portarono a sentirmi un adolescente sfigato mi spinsero a ritenere illusoriamente che, sapendo prevedere il comportamento degli altri e possedendo il titolo accademico di psicologo, non avrei più subito violenza verbali o fisiche da parte degli altri. In fondo “se l’altro è prevedibile non può farti del male” pensavo, e “puoi tenerlo in pugno controllando la sua mente”. 

Col tempo però, mi dovetti ricredere, perché capii che il comportamento umano non si può del tutto prevedere e tantomeno controllare. Grazie al confronto con tantissime persone, ho compreso che molti individui non si fidano degli psicologi perché la rappresentazione sociale della nostra professione è ancora in buona parte legata a credenze del tipo: “gli psicologi curano i matti”, “gli psicologi ti tengono in cura per anni”, “lo strizzacervelli ti manipola la mente”. Forse per tale ragione preferiscono rivolgersi a maghi e lettori di tarocchi, perché si sentono sullo stesso livello, oppure credono che andare dallo sia una cosa da deboli o che nessuno possa capire il loro dolore.

Credo che il bisogno mortifero di analizzare, scavare nel passato, trovare la patologia, il disturbo e la diagnosi a tutti i costi per poi intervenire aggiustando il paziente, tendenza che a mio avviso alberga in molti colleghi del mio settore, sia percepito da tanta gente comune, con tutte le conseguenze del caso.

In fondo da cosa dovremmo salvare il paziente? Cosa c’è da migliorare o guarire realmente in noi, in un mondo che è malato esso stesso? E se invece i nostri disturbi, problemi e disagi non fossero solo limiti o muri in cui sbattere ma necessari trampolini di lancio? Perché io credo che siano proprio quelle che noi filtriamo con il nome di “categorie diagnostiche” le voci dell’ che, ad esempio, hanno portato noi psicologi a voler capire, studiare, comprendere la psiche, e permesso di scoprire le nostre risorse, e non soltanto le debolezze. Tali voci, una volta compiuto il viaggio nel mondo sotterraneo in una sorta di discesa agli inferi, oltre il nostro limitato punto di vista, tanto come pazienti quanto come professionisti, ci hanno permesso di andare oltre la fissazione (tutta occidentale) di volerci anestetizzare al dolore.

 

La psicologia, come ci ricorda il grande psicoanalista James Hillman, «dovrebbe essere sottratta a chi l’ha ridotta a una scienza del comportamento attraverso i programmi di ricerca, gli studi quantitativi e i rigidi sistemi concettuali per tornare a farne un discorso, o un’arte dell’anima, che, rinunciando a ogni “fantasia di cura, di guarigione”, intende esplorare le basi più profonde e misteriose della vita».

Se uno crede di poter trovare tutte le risposte nei libri e nelle proprie teorie, nei manuali e nei protocolli, non riuscirà mai a vedere e scoprire il mistero dell’altro, né tantomeno accedervi. In ogni relazione, anche di cura, non c’è nulla che si possa fare se non si parte dal presupposto che non abbiamo il compito di guarire o “curare” l’altro, bensì di prenderci cura della sua storia per accompagnarlo, traghettarlo, nel suo cammino verso il “fare anima”.

 

 

 

 

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