Mi chiamo Tiziano e sono nato a Torino il 30 gennaio del 1975 da madre sarda e padre piemontese. All’età di 5 anni, mi sono trasferito in Sardegna, con mia mamma, mio papà e mia sorella, dove sono cresciuto, mi sono formato e attualmente vivo e lavoro. Non ho tantissimi ricordi dei miei primi cinque anni di vita, ma solo immagini, sapori e odori registrati nella mia memoria e sbiaditi nel tempo. 

Quando sono arrivato in Sardegna la mia vita è cambiata. Mi sono sentito fin da subito come un alieno sbarcato su un’isola di cui non conoscevo usi e costumi. Ci è voluto tempo per adattarmi. Ero un bambino introverso ed emotivo che passava molto tempo a disegnare o giocare insieme alle femminucce piuttosto che con i coetanei maschietti privilegiando i giochi di ruolo alle partite di calcio.

Questo fatto mi faceva sentire discriminato fino a subire atti di bullismo soprattutto nel contesto scolastico, dove a causa della mia “diversità” e delle violenze fisiche e verbali subite, sviluppai sintomi ansiosi, numerosi tic nervosi ed enuresi notturna fino all’età di dieci anni. Nonostante abbia avuto una famiglia “normale”, che mi ha amato, mi sentivo spesso sbagliato e nutrivo una forte paura del rifiuto e dell’abbandono che mi sono portato dentro negli anni. 

Alla fine delle scuole elementari su invito della mia maestra, che sottolineò come fossi particolarmente portato per l’espressività artistica, fu suggerito ai miei genitori di farmi proseguire su questa strada. Fu allora che, ascoltando la voce del mio “Daimon“, decisi che sarei voluto diventare un artista. 

Fin dai primi anni ho sempre espresso la mia irrequietezza interiore e le mie emozioni attraverso la danza e il disegno. Ma non avevo ancora attraversato il periodo infernale delle scuole medie, i tre anni peggiori della mia vita, dove continuai a subire violenze e discriminazione senza difendermi ma diventando ancora più passivo e rassegnato.

Credo sia stato allora che dall’archetipo dell’Innocente, quella parte di noi che crede nella vita e che ha una fiducia incondizionata negli altri, si sia attivato l’archetipo dell’Orfano sperimentando la “caduta” e iniziando a sentire che la vita è anche dolore e sofferenza. L’Orfano si attiva ogni volta che ci sentiamo traditi o abbandonati dalle figure o dalle situazioni su cui facciamo riferimento. E così mi sentivo quando a scuola non sentivo di essere “tutelato” dai miei insegnanti e venivo difeso solamente dagli amichetti più forti di me quando non riuscivo a scappare a gambe levate. 

 

 

Dopo aver dato l’esame per la licenza media, senza nessuna indecisione, chiesi ai miei genitori di iscrivermi al liceo artistico di Cagliari. Fu la prima volta che, stanco di sentirmi emarginato dagli altri, indossai la mia prima “maschera“, quella che lo psicoanalista C.G. Jung chiama la “Persona”.

Se fino a quel momento mi ero sentito un perdente, fragile e vulnerabile, ora volevo essere un vincente incarnando, per la prima volta in vita mia, l’archetipo del Guerriero. Quella parte dentro di noi che ci impone di essere coraggiosi, integri e forti, capaci di mettere dei confini e fissarci delle mete e di raggiungerle. E fu in quel contesto, per me totalmente nuovo, che mi trovai finalmente a mio agio in mezzo a persone più simili a me.

Come Dorothy, la protagonista del Mago di Oz, non mi ero sentito a “casa” prima di allora e avevo intrapreso il mio cammino per arrivare alla Città di Smeraldo. Quella città, per me che arrivavo dalla provincia, era Cagliari che mi appariva una città misteriosa, magica e sconfinata quanto OZ. Finalmente non ero solo ma con me c’erano dei compagni di viaggio, come lo erano per Dorothy lo spaventapasseri, il leone codardo e l’uomo di latta, che non mi facevano sentire più “strano” o “sbagliato”. 

 

 

L’adolescenza è stato un periodo molto difficile per me in cui ho iniziato a pormi delle domande su me stesso, sugli altri e sul senso della vita. In quel periodo, più che in altri, fu l‘archetipo del Cercatore ad attivarsi sotto forma di un’inspiegabile insofferenza verso il conosciuto, l’ordinario, e dal desiderio di qualcosa di migliore per la mia vita.

Ricordo che un giorno, seduto sull’autobus, mentre tornavo a casa chiesi a Dio: “ti prego, fa che la mia vita non sia più così noiosa ma dammi dei problemi!” e negli anni Dio, o l’Universo o chi per lui, mi ha accontentato.

Sono stati proprio gli anni del liceo quelli in cui ho scoperto la mia passione per la letteratura e la scrittura attraverso le prime letture non scolastiche (in primis i casi Freudiani) e le centinaia, migliaia, di lettere che iniziai a scrivere a coetanei sparsi in Italia e nel mondo.

Attraverso queste lettere, come in un processo terapeutico, raccontavo di me e della mia sofferenza, nutrendomi delle storie di sofferenza raccontate dagli altri. Si parlava di musica, un’altra mia grande passione, ma soprattutto si condividevano le proprie emozioni, si parlava dei propri problemi, i “demoni” che dovevamo affrontare.

Questo mi ha permesso di affinare la mia capacità di raccontarmi, ma soprattutto di ascoltare le sofferenze narrate dagli altri e cercare di aiutarli, indossando gli abiti dell’archetipo dell’Angelo custode. Quella parte di noi che si prende cura degli altri, che ci nutre, sostiene, accudisce, che ci fa sentire protetti, amati: si prende cura dei nostri bisogni, del nostro Bambino Interiore.

Scoprì di essere in grado di entrare in comunione con gli altri e fargli sentire che potevo dargli il mio conforto, creando delle relazioni dove potevano sentirsi a proprio agio e liberi di esprimersi con sincerità. Demetrio (1996) sostiene che attraverso la scrittura, tenendo un diario, in momenti particolari della nostra vita, si  sperimenta un sentimento di quiete, ordine interiore, e che l’autobiografia ha un potere curativo.

La nostra autobiografia, in fondo, non è tanto legata alla nostra vita oggettiva, bensì con il modo con cui noi la immaginiamo e la raccontiamo.

Come scrive James Hillman nel Codice dell’Anima: “E’ possibile, invece, che la nostra vita non sia determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparata a immaginarla. I guasti non ci vengono tanto dai traumi infantili, bensì – è quanto si sostiene in questo libro – dalla modalità traumatica con cui ricordiamo l’infanzia come un periodo di disastri arbitrari e provocati da cause esterne che ci hanno plasmati male.”

 

Laboratorio Teatrale Alkestis – Foto di Matteo Zanda

 

 

 

 

 

In quegli anni la mia timidezza e la mia profonda insicurezza si trasformarono progressivamente in un disturbo d’ansia sociale e in profonde crisi depressive. Non mi accettavo. Non mi piacevo e non mi piaceva la mia vita. Volevo sparire per sempre e non sentire più quel vuoto, quella solitudine e quelle sensazioni dolorose dentro di me.

Se al liceo mi mettevo una maschera quando uscivo da quel luogo mi isolavo chiudendomi nella mia stanza. Non riuscivo ad accettarmi e immaginavo spesso il mio suicidio scrutando nell’abisso talmente a lungo da sentire di non avere altra via d’uscita che imparare a conviverci. Ero solo e sentivo che sarei stato sempre solo perché nessuno mi avrebbe amato.

Il mio lavoro di ricerca interiore è iniziato da giovanissimo quando i miei unici “amici” erano i libri, i dischi e il foglio bianco su cui disegnare o scrivere. L’ansia e la depressione sono state compagne fedeli per i primi trent’anni della mia vita ma sono diventate delle insegnanti che mi hanno aiutato a percorrere, come lo definisce Jung, il mio cammino di individuazione.

In quel periodo stavo iniziando a contattare l’archetipo del Creatore, quella di noi parte collegata al potere creativo dell’universo: ogni volta che creiamo qualcosa ci avviciniamo a Dio e nello stesso tempo al Dio, o agli Dei e alle Dee, che sono dentro di noi. Ma prima dovevo passare dall’archetipo del Distruttore e ricostruire una nuova identità. 

 

Uomo Massa – Foto di Giorgio Russo

Dopo la maturità artistica mi sono avvicinato, per curiosità, ma soprattutto con la determinazione di superare la mia timidezza, al mondo del teatro a cui sono stato introdotto da Filomena Campus, jazz performer e regista teatrale. Con la sua guida presi parte al mio primo laboratorio teatrale e andai in scena affrontando le mie paure. Ricordo che mi sudavano le mani, il cuore batteva a mille, e il mio stomaco brontolava ma rimasi così folgorato da questa esperienza così intensa, dalle luci puntate su di me, che decisi di impegnarmi con passione nello studio dell’arte drammatica e iniziai a sperimentare e mettere in scena, sul palco, le diverse parti di me lavorando prima come allievo e poi negli anni successivi come attore professionista collaborando con diverse compagnie teatrali sarde.

L’archetipo dell’Amante stava iniziando a emergere indicandomi che la via verso Oz era all’interno del mio teatro psichico. Fare teatro mi ha insegnato a prendere contatto soprattutto con la rabbia ed esprimere le mie emozioni attraverso il corpo e la voce, affinando le mie capacità immaginative e creative, ma soprattutto ad esprimere me stesso, superando emozioni paralizzanti come la vergogna e la paura del giudizio degli altri.

Un nuovo Tiziano iniziava a prendere forma ogni volta che interpretavo un personaggio diverso e scoprì, sulla mia pelle, che il Teatro poteva essere una vera forma di Terapia psicologica

 

Uomo massa
Foto di Giorgio Russo

Già negli ultimi anni del liceo avevo iniziato a leggere testi di psicologia: dalle opere di Freud fino ai manuali di auto-aiuto (self help) scoprendo con mia grande sorpresa che diversi attori famosi si definivano “timidi” ma soprattutto che l’ansia sociale poteva essere “curata” attraverso il teatro.

Queste letture mi aiutarono a comprendere meglio alcune dinamiche psicologiche e a convincermi che la psiche ha un potere enorme e che fosse la chiave per aprire scrigni interiori e trovare tesori nascosti: le sofferenze vissute da bambino, che mi portarono a sentirmi “sbagliato”, mi spinsero a voler conoscere meglio questa disciplina per superare le mie insicurezze e, un giorno, poter aiutare gli altri a fare lo stesso.

In realtà la  mi ha spinto a sviluppare uno sguardo più ampio e complesso della psiche e del mondo. 

 

Nel ruolo di Padre Giulio per Il Commerciante di Destini – Salto del Delfino Teatro Studio (Foto di Giorgio Russo)

A 24 anni decisi di intraprendere il percorso accademico convinto dalla mia migliore amica a iscrivermi alla facoltà di di Cagliari. Era il 1998 e iniziava una nuova fase della mia vita. Una fase in cui organizzavo il mio tempo e le mie energie tra i laboratori teatrali, le lezioni universitarie e i lavoretti per mantenermi gli studi.

I miei genitori si erano separati qualche anno prima e questo altro evento doloroso cambiò molti aspetti della mia vita. Uno di questi era quello di non poter contare sulla mia famiglia per potermi mantenere gli studi.

Sono stati anni di grandi difficoltà, paure e insicurezze, conflitti interiori e momenti di sconforto in cui l’ansia e la depressione tornavano spesso a trovarmi. Inoltre fino a quel momento avevo vissuto la mia vita frequentando pochi amici e soprattutto dalla paura dell’altro sesso e dell’intimità con una altra persona.

Nei laboratori teatrali, ora che il liceo era finito, incontrai altre persone più simili a me con cui potevo parlare, ridere e condividere il mio essere e incontrai anche quello che fu il mio primo amore. Furono anni di grandi trasformazioni interiori. E fu dopo la fine di questa relazione così importante, durata qualche anno, che i “demoni” si ripresentarono a farmi visita e tornai a sperimentare l’azione del Distruttore in tutta la sua potenza.

A un certo punto della vita arriva il momento in cui scopriamo che tutto ciò in cui abbiamo creduto non esiste più. Ci sentiamo vuoti, delusi, amareggiati, andiamo in pezzi e la vita non ha più senso. E con quel senso di impotenza e di ingiustizia verso la vita, rapiti da forze più grandi di noi, ci sentiamo in balia del fato, con la sensazione che ci sia caduto il mondo addosso.

 

Laboratorio di Teatroterapia “Il cavaliere inesistente” di Italo Calvino diretto da Nicola Michele

 

Fu in quel momento difficile che mi rivolsi ufficialmente alla psicoterapia iniziando un percorso individuale e furono gli anni in cui iniziai ad avvicinarmi alla filosofia orientale e alla spiritualità frequentando una Scuola di meditazione dove ho appreso la pratica della meditazione Zen.

Tuttavia non riuscivo a placare la mia irrequietezza interiore e, dopo varie esperienze, iniziai ad avvicinarmi alla pratica dello Yoga, una disciplina che integra il lavoro corporeo, mentale e spirituale.

Negli anni i percorsi di ricerca interiore e spirituale sono stati diversi: dalle meditazioni attive di Osho, agli esercizi di ricordo di sé della Quarta Via di Gurdjieff e soprattutto lo studio dell’Enneagramma della personalità, per approdare infine all’Istituto Sales del Dott. Enrico Loria dove ho preso parte a un percorso di psicoterapia di gruppo integrato alla meditazione cristiana

 

Teatro
Padre Giulio nel commerciante di Destini di Nicola Michele – Salto del Delfino teatro studio

Nel mentre mi sono laureato presentando una tesi sul teatro come terapia e specializzandomi in drammaterapia con Salvo Pitruzzella e con il sostegno della mia docente di tesi, la Prof.ssa Stella Conte da cui ho imparato a essere “paziente” prima ancora di diventare psicologo, spettatore ancora prima che attore, perché credo che non si possa aiutare realmente nessuno senza aver prima esplorato il proprio vissuto e avviato un percorso che ci aiuti a metterci nei panni dell’altro. ù

Ho imparato attraverso la teatroterapia a stimarmi maggiormente raggiungendo una maggiore coscienza di me stesso partendo dalle emozioni e dal corpo. Consapevolezza che è arrivata anche grazie agli anni dedicati al lavoro dell’attore e alla pratica della meditazione.

Subito dopo aver conseguito il master in teatroterapia ho iniziato a lavorare, come formatore, per ArteDo Scuola di formazione in Artiterapie. Anni in cui ho scoperto la passione per l’insegnamento lavorando, parallelamente all’attività di attore e formatore, come educatore teatrale all’interno di scuole di ogni ordine e grado come educatore. 

Nel 2017 mi sono trasferito nel Nord Italia e, mentre stavo leggendo il libro “Il Codice dell’Anima” del filosofo, saggista e psicoanalista James Hillman, un amico mi presentò Selene Calloni Williams, dalla quale sono stato “iniziato” alla pratica della meditazione buddhista e allo yoga sciamanico.

Ho intrapreso da quel momento un percorso prima di tutto personale per approfondire l’approccio e la teoria del “Fare ” di Hillman, di cui Selene è stata allieva diretta, presso l’Imaginal Academy. Gli intensivi di meditazione vipassana, le pratiche sciamaniche e le costellazioni familiari ad approccio mi hanno aperto ad una nuova visione della psiche e della vita basata sul potere dell’immaginazione e del mito greco. 

In quel momento ho iniziato ad entrare in contatto con l’archetipo del Mago che rappresenta lo sciamano, lo stregone, l’alchimista, il guaritore, il veggente, l’oracolo, il sacerdote, lo dentro di noi. Questo archetipo sviluppa la capacità di pregare e meditare, di rivolgersi all’universo, a Dio, di entrare in dialogo con il sacro e ho compreso che il Mago di Oz è dentro di noi, e che le persone che incontriamo nel nostro percorso, come lo spaventapasseri, l’uomo di latta o il leone codardo del famoso romanzo sono aspetti e proiezioni della nostra psiche.  

 

Teatro
L’Ufficiale in Uomo Massa – Theandric Teatro Non violento (foto di Giorgio Russo)

In ogni relazione di cura, non c’è nulla che si possa fare se non si parte dal presupposto che non abbiamo il compito di “curare” l’altro, bensì di prenderci cura della sua storia per accompagnarlo, traghettarlo, nel suo cammino per diventare Sovrano della propria vita.  

Lo scopo, come nel Viaggio dell’Eroe, è costruirsi un Regno per diventare i Re o le Regine della propria vita: durante il viaggio si affrontano numeroso prove che ci permettono di acquisire le capacità per diventare dei leader.

E io oggi sento, dopo questo lungo percorso, di avere finalmente creato un mio Regno interiore. Sono arrivato a comprendere che siamo abitati da tante immagini, personaggi psichici, ma abitiamo le stesse immagini e mettiamo in scena sempre gli stessi ruoli per abitudine e per paura di sperimentarne altri. Dobbiamo allora imparare a sviluppare quella saggezza che abbiamo già dentro di noi per affrontare il viaggio.

Soltanto quando il Saggio comincia ad attivarsi nella nostra vita che ci rendiamo conto che raramente percepiamo le cose nella loro realtà oggettiva ma che siamo condizionati dalle nostre proiezioni psicologiche. Nella del profondo e in quella archetipica il cammino del “Fare Anima” è un processo di ritiro di quelle proiezioni.

Conoscendo le nostre immagini interiori e abitando immagini diverse possiamo trovare quella libertà anche all’esterno. E affidandoci a qualcuno che può indicarci la strada, come ho fatto nel mio percorso, possiamo tornare a quello stato di gioia e di libertà che è caratteristico dell’archetipo del Folle.

E’ attraverso l’archetipo del folle che l’individuo impara a conoscersi, poiché nonostante i divieti della famiglia o della società, sperimentiamo anche ciò che non è lecito o giusto fare secondo i nostri condizionamenti, ma solo per il puro piacere di provare e di vivere una nuova esperienza. Ogni azione sotto l’impulso del folle e fatta solo per il puro piacere di farla godendo così delle infinite possibilità che la vita mette a disposizione dell’essere umano.

Mi permetti di accompagnarti? 

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